L'avvento della cosiddetta Età ellenistica rappresenta uno degli snodi fondamentali della storia umana, molto spesso peraltro sottovalutati dai cosiddetti modernisti che non concepiscono altro spazio di accadimento delle cose fuori del perimetro che essi decidono di assegnar loro. Con le nostre medesime orecchie, nel lontano 2005, al Festivàl della filosofia di Carpi, udimmo un capoccione francese di evidenti ascendenze italiche, tal Michel Maffesolì, discettare dottamente sotto un sole cocente e davanti ad una folla plaudente del fatto che, a suo dire, mai prima d'ora, cioè prima del quindicennio 1990-2005, il mondo aveva conosciuto una così evidente compenetrazione di stili di vita occidentali e orientali, per dire cioè che, grazie alla globalizzazione, l'antica distanza, non solo geografica ma proprio culturale, tra i due emisferi verticali del mondo è andata riducendosi nel senso di una progressiva innervatura di modi di vita all'orientale nel tradizionale tessuto culturale dell'occidente.
Al che, vuoi per il caldo, vuoi perché erano ancora tempi in cui si attendevano a settembre le chiamate dalle scuole, ho rischiato l'embolo, dal momento che anche il più scalcinato classicista sa che il primo vero caso di globalizzazione, intesa proprio come incontro tra oriente e occidente, è avvenuto un pochino prima rispetto alle dotte tesi maffesoliane, ovvero appunto nel periodo denominato Ellenismo (convenzionalmente delimitato tra il 323 a.C. - morte di Alessandro Magno - e il 31 a.C. - caduta dell'Egitto sotto Roma). Lì, grazie alla diffusione della cultura greca in zone non greche come la Siria, la Persia, l'Egitto, e poi su fino all'odierno Afghanistan, senza contare l'attuale Turchia, che però con gli ellenici aveva sempre avuto un po' a che fare, oriente e occidente si incontrarono, poiché il mondo greco assorbì suggestioni da tutte le civiltà orientali che erano state sottomesse da Alessandro e che avevano continuato a grecizzarsi anche dopo la sua morte, poiché è noto che allo sfaldamento del grande impero macedone seguì la formazione dei regni detti appunto ellenistici (Macedonia, Siria, Egitto, Pergamo), che nella loro versione orientale erano monarchie con classe dirigente greca e sudditi asiatici/egiziani. Spiace che l'ottimo Maffesolì non abbia MAI in tutto il suo intervento accennato nemmeno di striscio a questo fenomeno, perché lì davvero si giocò la prima grande partita di integrazione fra due zone del mondo che ancora oggi non si guardano proprio di buon occhio. Eppure la storia è andata così: divinità greche, siriache, egiziane furono venerate sotto nomi diversi ma in riferimento ad una medesima figura (Artemide = Iside = Astarte), stili di vita, credenze filosofiche e misteriche si mischiarono in un caleidoscopio affascinante e imprevedibile, così come non meno importante fu la cultura materiale delle suppellettili, dei vestiti, del modo di costruire le case, ma ancora l'influenza reciproca che le scuole artistiche al di qua e al di là del mar Egeo si scambiarono vicendevolmente. E insomma, il primo atto della globalizzazione fu quello. Piccolo, risibile rispetto alle proporzioni di oggi, ma la radice di tutto è già a quell'epoca.
Epperò accadevano cose: i liberi cittadini greci erano diventati ormai sudditi dei monarchi macedoni; gli altri, cioè gli abitatori grecofoni dei regni orientali, si misuravano con gente che alla sudditanza era avvezza da 3-4000 anni, quindi nulla di che; tuttavia, il contatto con visioni del mondo così altre rispetto a quella ellenica, la relativizzazione dei valori, l'incertezza politica legata, sopratutto fino al 280 a.C., alle continue lotte tra i monarchi ellenistici per strappar territori ai rivali, sì che un abitante della Fenicia si addormentava suddito del re d'Egitto e si svegliava il giorno dopo suddito di quello di Siria, o anche viceversa, tutto questo clima di mobilità permanente psicologica e materiale provocò in molte coscienze una forte crisi, un accentuato senso di insicurezza, legato soprattutto, nel caso dei greci memori delle antiche libertà della polis, al non poter essere più arbitri del proprio destino, costretti invece a infiniti compromessi con linee di forza politiche, sociali, culturali che imponevano pressoché quotidianamente un ripensamento del proprio Sé. È chiaro allora che le antiche "promesse" delle filosofie greche classiche, il loro sguardo su un riscatto definitivo dell'anima da collocarsi entro la dimensione metafisica, non potevano saziare gente desiderosa di risposte immediate, concrete, legate ad un'etica sommamente pratica, quasi spicciola.
Ciò spiega l'immenso successo che in quest'età riscossero due filosofie di impianto unicamente materialista, ovvero epicureismo e stoicismo. In disaccordo su tutto, entrambe riposano tuttavia su un impianto che nega l'esistenza di alcuna realtà che sia al di fuori del mondo sensibile: per gli epicurei tutto l'universo è costituito di atomi indistruttibili ed eterni che si aggregano e si disgregano in continuazione muovendosi nel vuoto; per gli stoici l'universo è attraversato da un soffio di energia calda, il pneuma, che si trasforma in tutte le cose e dà loro vita. Ciao metafisica, insomma. Conseguenza di ciò, ambo le filosofie si dividono agilmente in tre tronconi, la cui importanza è però inversa rispetto a quanto ci si sarebbe aspettati in epoche anteriori: c'è la fisica, ovvero la dottrina che spiega la natura e il funzionamento dell'universo materiale, la logica, ovvero lo studio delle condizioni attraverso cui l'uomo conosce il mondo che lo circonda, ma c'è soprattutto l'etica, ovvero l'insieme delle norme che devono garantire una vita felice QUAGGIÙ, anche perché di fatto lassù, inteso come al di là dell'esperienza sensibile, non vi è semplicemente nulla.
È a quest'altezza che cominciano a imporsi motivi metaforici riguardanti la possibilità che la filosofia sia una cura per l'anima; non solo e non tanto perché, parallelamente, la medicina "scientifica" sta compiendo notevoli progressi nella comprensione del funzionamento del corpo umano (si scopre la funzione dei nervi, tanto per dire, anche se diagnosi e terapie generali delle malattie restano sempre piuttosto debolucce), ma soprattutto perché, in un orizzonte materialistico come quello proposto dalle filosofie anzidette, l'anima stessa non è più spirituale, ma corporea anch'essa. L'anima viene cioè trattata come corpo, ma questo "come" non indica una comparazione tra due soggetti al loro fondo diversi, ma è un'apposizione, cioè anima IN QUANTO corpo, fatta di atomi per gli epicurei, di pneuma clado e leggerissimo secondo gli stoici. In tal modo, all'individuo afflitto da crisi esistenziali multiple si può offrire una soluzione un po' meno evanescente rispetto a prima, poiché la possibilità di intervenire sui mali dell'anima tramite terapie a questo punto affini a quelle mediche rende, per così dire, più "tangibile" e quindi "credibile" la prospettiva di guarire dalle ansie e dalle passioni che turbano al coscienza. Si tratta in sostanza non più di chiedere la disponibilità a scommettere su una dimensione "altra" rispetto a quella in cui si vive, ma di indicare un percorso di guarigione identico a quello di un male fisico, poiché l'anima stessa è fisicità.
Si capisce allora il senso del vertice etico delle due dottrine, molto simile nel significato tradotto, ma più specifico nel senso etimologico originale.
Per gli epicurei il fine dell'uomo è la felicità come assenza di turbamento, e l'assenza di turbamento in greco si dice ataraxìa. Si badi però che qui il turbamento è reale, non metaforico: nell'esortare alla soddisfazione dei desideri naturali e necessari (fame, sete, ecc.), Epicuro ragiona sulla base della convinzione che i desideri "cattivi", ovvero quelli non naturali e non necessari (denaro, fama, potere) hanno il potere di turbare l'anima, ma proprio nel senso materialissimo di agitare in eccesso gli atomi che la compongono, ciò da cui discendono le nostre afflizioni. La quiete del saggio, all'opposto, consiste appunto nell'avere l'anima materialmente serena, con gli atomi in movimento regolare e non confuso.
Discorso analogo noi si va a fare per l'apàtheia stoica: la traduzione italiana apatìa non rende evidentemente giustizia al concetto originale greco, poiché per noi il vocabolo indica qualcosa di vicino all'accidia, un'incapacità di agire per scarsa volontà, laddove per gli stoici questo concetto è altamente positivo. Perché ciò? Perché a-patheia significa evidentemente "mancanza di pathos", però pathos non indica, originariamente, una sofferenza, ma più radicalmente una condizione passiva, ovvero il fatto che un corpo subisca una sorta di pressione, o impronta, da parte di un altro corpo, venendone modificato (si pensi ad un sigillo sulla ceralacca). Ebbene, l'anima stoicamente intesa è un flusso di pneuma che scorre nel nostro corpo e che è presente ovunque, anche negli occhi, e ovviamente nel cuore e nel cervello. Gli eventi esterni, o meglio le raffigurazioni che di essi giungono al cervello e al cuore tramite i sensi, "si imprimono" sulla facoltà percettiva dell'anima e diventano "rappresentazioni" che noi introiettiamo (come accadeva alle vecchie pellicole fotografiche - ah, il digitale che barbarie...); si badi però anche qui: ciò che noi intrioettiamo non è un'idea astratta della cosa percepita, ma è precisamente il suo calco sulla fisicità della nostra anima percettiva. Questo è il primo stadio del pathos, che come si vede è assolutamente neutro, nel senso che in sé non comporta né gioia né dolore, perlomeno nulla in cui siamo parte responsabile. Il problema sorge allorché la nostra anima, dopo aver "ricevuto" l'impressione, la giudica, e se il suo grado di tonicità non è adeguato, il giudizio erra e allora si cade preda del pathos in senso più comune, ovvero la malattia dell'anima (ira, invidia, cupidigia, ecc.).
Esempio tipico: il mio amico X, per farmi uno scherzo e forse un dispetto, prende in mano un oggetto a me molto caro e lo butta a terra, rompendolo. Questa scena si imprime nella mia anima, deformandola leggermente; che io sia saggio o no, l'evento in sé rappresenta certo una negatività dovuta ad un atteggiamento non razionale di X, ergo io, o meglio la mia anima, viene percorsa da un breve "tremito" di spiacevolezza che è pathos nel suo aspetto più innocuo, paragonabile ai brividi sulla pelle che chiunque di noi prova automaticamente e senza volerlo se viene spruzzato con acqua fredda a tradimento.
Passo successivo: la mia anima "denomina" la negatività appena ricevuta, ovvero la "riveste" con un contenuto proposizionale del tipo: "X, col suo gesto, mi ha offeso". Tutto si gioca ora sul grado di tonicità dell'anima che concepisce tale pensiero: se è l'anima di un saggio, la tonicità sarà sufficiente per respingere l'impressione negativa, così che la superficie dell'anima stessa ritorni "liscia", come se nulla vi si fosse impresso; il saggio giungerà a questa ri-liscizzazione dicendo a se stesso: "Nulla che riguardi i beni materiali può davvero offendere la mia virtù". Se però parliamo di una persona un po' meno saggia, l'immagine di X che rompe l'oggetto a me caro premerà ancor un po' di più sulla superficie dell'anima, la quale aggiungerà una nuova proposizione alla precedente: "Adesso è giusto che io mi vendichi". Se si è giunti a questo stadio, significa che la "deformazione" dell'anima è vicina al punto critico, a causa delle spinte esterne che si ripercuotono sull'immediata percettività, ovvero un momento pre-razionale e da lì alla nostra facoltà di giudizio. Chi non è saggissimo, ma comunque sulla buona strada, riuscirà in un intervento in extremis controbattendo al contenuto biproposizionale con un contenuto analogo ma opposto, del tipo: "Non può esserci vendetta, perché non c'è stata vera offesa". Se il contrattacco va in porto, l'anima si ridistende e la passione è scongiurata. Se però nemmeno questo ultimissimo stadio ha effetto, il giudizio espresso nella doppia proposizione "Mi hanno offeso- devo vendicarmi" riceverà l'assenso della nostra anima razionale che di conseguenza resterà deformata e sconvolta dall'irrazionalità e darà luogo alla reazione della vendetta, veicolo della passione dell'ira: io picchierò X. Ecco qui il verificarsi del pathos vero e proprio, ovvero una totale sottomissione della ragione al suo opposto.
Anche in questo caso, si nota, i termini della questione sono estremamente fisici: l'anima necessita di essere tenuta in esercizio come (= al pari di, in quanto) la corda di un buono strumento musicale, che non deve essere né troppo tesa né troppo rilassata. A tale condizione contribuiscono evidentemente gli studi filosofici, poiché i buoni discorsi - lògoi contenuti nelle opere dei saggi, una volta percepiti dall'anima (che per gli stoici è a sua volta lògos e insieme pneuma spirituale, ovvero pneuma materiale leggerissimo, ma pur sempre materia), vi si stampano realmente e quindi ne modellano la liscia e uniforme tonicità. Anche in questo caso, quindi, la filosofia cura l'anima esattamente come se si trattasse di applicare un unguento su di una ferita, solo che la ferita in questione è provocata dell'indebito stamparsi di un'impressione negativa che una mancanza di tonicità ha mal giudicato.
Stoici ed epicurei curano insomma l'anima sottoponendola a terapie analoghe a quelle dei corpi. Si può intuire allora che, ad in certo punto, medicina e filosofia finiranno per incontrarsi davvero. E fu subito Scuola Medica Pneumatica.
(2- continua)
Anche in questo caso, si nota, i termini della questione sono estremamente fisici: l'anima necessita di essere tenuta in esercizio come (= al pari di, in quanto) la corda di un buono strumento musicale, che non deve essere né troppo tesa né troppo rilassata. A tale condizione contribuiscono evidentemente gli studi filosofici, poiché i buoni discorsi - lògoi contenuti nelle opere dei saggi, una volta percepiti dall'anima (che per gli stoici è a sua volta lògos e insieme pneuma spirituale, ovvero pneuma materiale leggerissimo, ma pur sempre materia), vi si stampano realmente e quindi ne modellano la liscia e uniforme tonicità. Anche in questo caso, quindi, la filosofia cura l'anima esattamente come se si trattasse di applicare un unguento su di una ferita, solo che la ferita in questione è provocata dell'indebito stamparsi di un'impressione negativa che una mancanza di tonicità ha mal giudicato.
Stoici ed epicurei curano insomma l'anima sottoponendola a terapie analoghe a quelle dei corpi. Si può intuire allora che, ad in certo punto, medicina e filosofia finiranno per incontrarsi davvero. E fu subito Scuola Medica Pneumatica.
(2- continua)
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