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martedì 18 giugno 2013

La leggenda di Kallistèa [2].

Kallistèa roteò e generò attorno a sé un sorriso di energia, l'energia della Forma. Il vuoto attorno a lei parve danzare, tutte le dimensioni si fusero in una sola, poi si ri-separarono, poi la luce si sbriciolò in tante scaglie che si dispersero negli spazi sterminati del Cosmo. Kallistèa però restò lì dov'era, e le adunche reti del Disordine non poterono nemmeno avvicinarlesi: attonite da tanta potenza e bellezza, irritate dall'Ordine che emanava dalle onde cosmiche della gemma, si ritirarono irose negli anfratti più remoti, ma non per questo cessarono di agire: cataclismi e rovesciamenti di plasma pulviscolare si scatenarono più di prima così da ridistruggere l'Ordine appena ricostituito. Il Cosmo soffriva, ma sentiva che la presenza di Kallistèa rappresentava un baluardo troppo a lungo cercato, ma ora finalmente presente. 
Anche il Disordine comprese la minaccia, è si adoperò per cancellare Kallistèa.
La gemma era però inscalfittibile, protetta da una sorta di potere rigenerante che faceva evaporare ogni assalto in una miriade di piangenti gluoni oscuri. 
Il Disordine decise allora di promanare ovunque, portando il cosmo all'implosione su sé medesimo: senza più uno scenario dove far poggiare i suoi pilastri, la Bellezza assoluta si sarebbe dissolta con esso. 
Si sarebbe cominciato dai pianeti. Su uno di essi, particolarmente verdeggiante, il Disordine prese a far piovere una strana escrescenza bluastra, che a contatto col terreno vi scavava voragini immani, piovendovi poi dentro fino a sgretolare le radici stesse delle cose. Dal baratro senza fine sorse quindi una serie di insopportabili esseri vegeto-animali, in grado di spostarsi sulle proprie radici e divorare con le proprie liane impregnate di acido qualsiasi cosa si trovasse sul loro cammino. 
In poche ora il pianeta fu quasi totalmente spogliato di ogni suo senso, poiché le vegeto-bestie non si saziavano mai, anzi si riproducevano grazie a bubboni fungosi che sbocciavano sulle liane e si staccavano per attecchire ovunque.
Fu a questo punto che una delle schegge di Kallistèa cadde sul suolo del pianeta. Era una scheggia di colore scuro, di un nero oltre le cui profondità pareva di scorgere le origini stesse della Forma. Appena toccò il suolo, la scheggia fece appassire tutte le vegeto-bestie intorno a lei. La altre, gocciando bava petroleosa dalle liane dotate di occhi, restarono in attesa, pronte tuttavia a scagliarsi su quel frammento di Bellezza assoluta per fagocitarlo rapidamente.
Non ebbero il tempo progettare ciò: il frammento, nero come l'onice, salì nell'atmosfera e poi si precipitò verso terra ad una velocità impressionante,  e mentre scendeva in picchiata andava assumendo una forma definita, come quella di una pantera. Giunta al suolo, la scheggia era di fato una gigantesca pantera, le cui zampe tuttavia lampeggiavano di guizzi bianchissimi, tali peraltro da impedire che l'animale toccasse il suolo, ma sostenendolo come a mezz'aria. Altro però era da stupirsi: dove la pantera passava, i guizzi lampeggianti delle zampe facevano rinascere la vita sul suolo divorato dalle vegeto-bestie: una flora rinnovata, verdissima e brillante, che con la sua armonia rinnegava e quasi derideva l'esistenza di quegli altri esseri figli del Disordine. Nuovi arbusti sbocciarono sotto le liane acide, immuni ai loro miasmi, chiome altissime portarono via con sé i mostri e li fecero precipitare al suolo, sì che essi si ridussero in poltiglia; i fili d'erba di avvolsero attorno alle vegeto-bestie, succhiando loro via ogni vigore.
Non bastò: l'esercito subnormale puntò compatto verso la Pantera, che guizzò ad una velocità indescrivibile e con gli artigli del lampo fece strage delle vegeto-bestie. Più volte le liane occhiute si avvinghiarono attorno al corpo e alle zampe della Pantera, ma ogni volta l'energia di Kallistèa sprizzava accecante e rendeva vana la presa. Con un ruggito, l'animale ipercosmico assalì le ultime immonde creature, che franarono su se stesse e ridivennero concime per le piante vere. Il pianeta fu così pacificato e riportato a nuova vita dal primo potere di Kallistèa, la Pantera del Lampo. 
Su un altro pianeta, frattanto, il Disordine aveva preso a martoriare i viventi con atroci tempeste acide e con maremoti di onde che si alzavano ad altezze estreme, per poi ricadere come magli spietati sulla crosta del pianeta, lasciando crepe e voragini su cui poi la marea acida scavava ferite non più medicabili. La vita si ritraeva smarrita di fronte a simile violenza, finché le nuvole si scostarono e una seconda scheggia di Kallistèa si aprì un varco in mezzo al Disordine: anch'essa era scura, ma sulla sua superficie brillavano strisce dorate. La sua discesa sul suolo del pianeta  provocò un improvviso arresto del flusso ondoso verso l'alto e anche le gocce acide di tempesta restarono sospese nel cielo. La luce dorata che si alternava ai balenii oscuri piovve sulle crepe della crosta e le richiuse, permettendo lo sgorgare di fontane di vapore che ripulivano l'aria. 
Il Disordine avvertì questa nuova minaccia al proprio potere e richiamò tutte le acque del pianeta nel luogo in cui si trovava la scheggia kallistaica, vicino ad una rupe a picco sull'oceano più vasto di quel globo. Una colonna di incommensurabile vastità ed estensione verso l'alto si ergeva contro la minuscola scheggia, avida di nuvole e ossigeno, sì che l'aria di quel punto del pianeta divenne di fatto irrespirabile. Le gocce di acido piovevano contro il potere di onice striato d'oro, ma evaporavano prima ancora di toccarlo. 
Un attimo, e la cima della torre d'acqua si rovesciò sulla scheggia, ma nemmeno la spostò. Purtroppo, però, il pianeta venne sommerso da un'ondata che cancellò quasi tutte le civiltà su esso fiorite. Il Disordine era tuttavia assetato di quella scheggia e la colonna d'acqua prese stavolta le sembianze di un gigantesco maglio, pronto a disintegrare Kallistèa.
La scheggia però si mosse più rapida contro il maglio d'acqua, e nel suo movimento prese le sembianze di un'aquila dalle ali d'oro, che con gli artigli agganciò la massa d'acqua e se la portò dietro, facendola contorcere su se stessa per poi lasciarla cadere sul fondo dell'abisso. 
Di fronte a quest'ingiuria, il Disordine rianimò l'oceano acido del pianeta perché, come una gigantesca mano, afferrasse e stritolasse l'Aquila. Così non fu: la mano d'acqua si spalancò possente, tale da coprire tutta l'estensione di un emisfero del pianeta, ma l'Aquila puntò contro di essa, spalancò le ali, e come una lama di energia d'oro la penetrò, facendola evaporare definitivamente, mentre le nubi fecero piovere un pioggia stavolta buona perché purificata dal potere di Kallistèa, l'Aquila della Onde, sotto il cui presidio la vita del pianeta poté riprendere.

                                                                                     (2- continua)

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